{"id":472,"date":"2012-10-23T19:49:57","date_gmt":"2012-10-23T19:49:57","guid":{"rendered":"http:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/?p=472"},"modified":"2013-03-20T17:43:15","modified_gmt":"2013-03-20T16:43:15","slug":"enunciazione-tensivita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/enunciazione-tensivita\/","title":{"rendered":"7 &#8211; Brevi su enunciazione e tensivit\u00e0"},"content":{"rendered":"<div lang=\"it-IT\" dir=\"LTR\">\n<p align=\"JUSTIFY\">Un\u2019aspetto dell\u2019enunciazione che secondo me dovremmo trattare un po\u2019 approfonditamente \u00e8 l\u2019opposizione tensiva (o partecipativa che dir si voglia) che si instaura fra enunciato ed enunciazione. Cio\u00e8: l\u2019enunciato, il nunzio che prende la parola e dice che quello che lui dice \u00e8 la stessa cosa che un altro dice, \u00e8 contemporaneamente parola e portatore di parola (sotto un certo rispetto). Non deve fare altro che dire quello che deve dire, ossia in definitiva si identifica con il suo discorso (<em>\u00e8 quello che parla<\/em>, se vogliamo usare una formuletta), ma contemporaneamente modula questo discorso con la propria voce: dice quasi la stessa cosa. La sua \u00e8 una traduzione, ossia in definitiva il lavoro di un interprete (un <em>interpretante<\/em>, per essere peircianamente ortodossi). Un costitutivo essere insieme: Paolucci riprende Pasolini e ci fa vedere come questo sia il funzionamento dell\u2019indiretto libero in letteratura e della semisoggettiva al cinema, ma i suoi sono semplicemente degli esempi, come \u00e8 un esempio quello del traduttore che riprende da Eco. Euristici per capire di che cosa si stia parlando, ma esempi.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Io per dire vedo l\u2019enunciazione come un\u2019interpretazione nel senso musicale del termine: Frank Sinatra \u00e8 il pi\u00f9 grande <em>interprete<\/em> di standard jazz di tutti i tempi. Perch\u00e9 \u00e8 il pi\u00f9 grande? Perch\u00e9 gli riesce un\u2019acrobazia funambolica non da poco: \u00e8 contemporaneamente fedelissimo alle partiture (niente manierismi o gorgheggi alla Aretha Franklin) e d\u2019altra parte \u00e8 riconoscibile all\u2019istante. Garantisce il rispetto giuridico della parola data, Gerswhin pu\u00f2 contare solo su di lui nel momento in cui vuole dire qualcosa alla gente: come dice Metz (<em>L\u2019enunciazione impersonale<\/em>, pag. 26), \u201cl\u2019enunciatore si incarna nell\u2019unico corpo disponibile, il corpo del testo\u201d. Insomma: <em>l\u2019enunciatore \u00e8 il testo<\/em>. Ma il testo, in quanto produzione dell\u2019enunciatore, \u00e8 anche l\u2019enunciato. <em>L\u2019enunciato \u00e8 il testo<\/em>. Occhio per\u00f2: la perversione sociosemiotica che di fronte a due corsivi del genere direbbe: \u201cEcco! Vedi! Tutto \u00e8 Testo!\u201d vedrebbe il problema dal lato sbagliato per due motivi. Innanzitutto non \u00e8 vero che tutto \u00e8 testo, quanto piuttosto tutto \u00e8 testualizzabile: il testo \u00e8 una categoria di analisi e non un dato di fatto, l\u2019ha ripetuto Edo l\u2019ultima volta e chi non \u00e8 d\u2019accordo\/non ha capito pu\u00f2 anche fare a meno di fare semiotica. Ma soprattutto, questa enunciazione che avviluppa in s\u00e9 enunciatore ed enunciato in un concatenamento che come tale fa perdere i confini fra i termini relati, \u00e8 esattamente il punto nodale dell\u2019apporto interpretativo alla semiotica: parlare di enunciazione come debrayage, come schiz\u00eca creatrice del soggetto che convoca tutta una serie di elementi in risalita lungo il percorso generativo \u00e8 palesemente antropocentrico e decisamente riduttivo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">L\u2019enunciazione <em>si d\u00e0<\/em> (notare l\u2019impersonale), in divenire, nelle pieghe del <em>continuum<\/em>, e il soggetto non ha alcuna prerogativa su di essa: la frase <em>Matteo dona un fiore a Greta<\/em> diviene ugualmente sgrammaticata sia che si elimini <em>Matteo<\/em>, sia che si elimini <em>fiore <\/em>sia che si elimini <em>Greta<\/em>. Chiamiamola logica dei relativi (Peirce), chiamiamola teoria delle valenze (Blanchot): basta dimenticare per un attimo lo sfortunato abito occidentale della struttura soggetto-predicato per capire che il soggetto non ha alcuna autorit\u00e0 sulla determinatezza del senso. C\u2019\u00e8 l\u2019evento, quella che Deleuze e Guattari chiamano ecceit\u00e0 (\u201cindividuazione senza soggetto\u201d), e solo successivamente i poli del discorso vanno a posizionarsi dove meglio credono.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Il segno mostra, l\u2019interpretante dice: molto del problema sta qui, nell\u2019inemendabile struttura linguistica con cui si d\u00e0 ogni percetto (vedi i saggi anticartesiani di Peirce). Per la lingua bisogna passarci (come disse Basso: l\u2019enciclopedia di Borges sar\u00e0 anche infinita, ma nel momento in cui devo servirmene la devo <em>leggere<\/em>), e il problema \u00e8 che, come ricorda Eco in <em>Segni, pesci e bottoni<\/em>, \u201cun segno pu\u00f2 essere interpretato solo da altri segni\u201d. In questo senso Paolucci parla di enunciazione come segno interpretante: se c\u2019\u00e8 del senso da sviscerare, bisogna cercarlo nella pratica locale dell\u2019interpretazione, nei rinvii triadici fra autore, opera e lettore (con le opportune sbarre di grafite), per vedere in che modo la voce di non pu\u00f2 pi\u00f9 dire nulla (l\u2019enunciatore) \u00e8 stata modulata dalla voce di chi non pu\u00f2 dire altro (l\u2019enunciato). Localmente, ogni volta, anti-platonicamente. Non per individuare una Struttura soggiacente, che pi\u00f9 che soggiacente sembra sopra-giacente nel beato Empireo delle Idee Perfette: non siamo pi\u00f9 alla triennale, alla logica del terzo escluso non ci crediamo pi\u00f9.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p class=\"excerpt\">Un\u2019aspetto dell\u2019enunciazione che secondo me dovremmo trattare un po\u2019 approfonditamente \u00e8 l\u2019opposizione tensiva (o partecipativa che dir si voglia) che si instaura fra enunciato ed enunciazione. 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