{"id":574,"date":"2012-10-26T17:23:58","date_gmt":"2012-10-26T17:23:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/?p=574"},"modified":"2013-03-20T17:43:14","modified_gmt":"2013-03-20T16:43:14","slug":"percezione-e-appercezione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/percezione-e-appercezione\/","title":{"rendered":"1 &#8211; Percezione e appercezione."},"content":{"rendered":"<div><strong>Percezione e appercezione <\/strong><br \/>\n<strong> criticit\u00e0 della nozione di figura nell\u2019ecologia del percorso generativo.<\/strong><\/div>\n<p>di Edoardo Lucatti<\/p>\n<p>Avvertenza. L\u2019indicazione bibliografica non si riferisce all\u2019edizione originale ma solo al volume da cui sono \u201cfisicamente\u201d tratte le diverse citazioni. Vale la seguente legenda:<\/p>\n<p>Sem\/Erm: Ricoeur P. e Greimas A. J., Tra semiotica ed ermeneutica, a cura di Marsciani F., Meltemi 2000<br \/>\nMorfog: Petitot J., Morfogenesi del senso. Per uno schematismo della struttura, Bompiani 1990<br \/>\nDS2: Greimas A. J., Del senso 2, Bompiani 1994<br \/>\nDiz: Greimas A. J. e Courtes J., Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, Mondatori 2007<br \/>\nCRP: Kant I., Critica della ragion pura, Laterza 2005<\/p>\n<p>Non conosco la totalit\u00e0 dei rispetti sotto cui si pu\u00f2 parlare \u2013 e di fatto si parla &#8211; di figura, di figurativit\u00e0, di figurativo. A braccia, direi che si pu\u00f2 parlare del figurativo in rapporto al plastico. In un senso pi\u00f9 ampio, si pu\u00f2 parlare del figurativo come variabile del processo di figurazione \u2013 la cui costante sarebbe il figurale (1). In un senso pi\u00f9 ampio ancora, si pu\u00f2 parlare di figure in rapporto a quel discorso di cui le figure stesse costituirebbero \u2013 in qualche modo \u2013 gli atomi. Si parla per\u00f2 un po\u2019 meno \u2013 e varr\u00e0 forse la pena di capire <em>perch\u00e9<\/em> \u2013 delle figure in rapporto al percorso generativo del senso, ossia in rapporto a quel dispositivo in cui tutte le precedenti questioni possono integrarsi e riconoscersi come afferenti ad una stessa teoria semiotica.<br \/>\nOra, non \u00e8 questa la sede per una Storia della nozione semiotica di figura, ancorch\u00e9 sommaria. L\u2019unico vero difetto del metalinguaggio semiotico \u00e8 quello d\u2019essere arrivato \u201ctroppo tardi\u201d: ancora oggi, infatti, ci troviamo a maneggiare alcune \u201cparoline\u201d che, da un autore all\u2019altro e da un programma di ricerca all\u2019altro, non sempre hanno significato la stessa cosa. \u201cSimbolo\u201d, ad esempio, \u00e8 una di queste paroline. \u201cFigura\u201d &#8211; senza dubbio &#8211; \u00e8 un\u2019altra di queste \u201cparoline\u201d. Le figure di Hjelmslev &#8211; fonologiche o semantiche che siano &#8211; sono entit\u00e0 subsegniche che hanno poco o nulla da spartire con la nozione di figura che troviamo in Greimas. In questo senso, rapportare la discussione al solo percorso generativo rappresenta, fra le altre cose, un modo per toglierci d\u2019impiccio e dire subito che <em>ci riferiremo alla figura nella misura esclusiva in cui essa partecipi dell\u2019articolazione del senso dato cui il percorso stesso presiede<\/em>. Al di fuori del percorso generativo, ci sono numerose figure d\u2019altro statuto (ad esempio le figure della Gestalt) che per partito preso non esamineremo.<br \/>\nIl problema \u00e8 che questa restrizione di campo, a un solo campo, non \u00e8 affatto sufficiente a restituirci una sola figura. Conviene, dunque, anticipare subito la mia tesi, di modo che possiate cominciare a inquadrarla in vista della discussione che spero ne scaturir\u00e0. <em><strong>Vi sono (almeno) due modi antitetici d\u2019intendere il percorso generativo e la nozione di figura cambia di segno a seconda che si accolga l\u2019uno o l\u2019altro modo<\/strong><\/em>. Per comodit\u00e0, riferir\u00f2 questi modi agli autori che pi\u00f9 e meglio di altri ne hanno espresso le implicazioni nei confronti dell\u2019epistemologia semiotica: <em>da un lato <strong>Paul Ricoeur<\/strong><\/em>, cui ascriviamo <em>la concezione del percorso generativo in quanto <strong>\u201cmodello\u201d<\/strong><\/em>; <em>dall\u2019altro lato <strong>Jean Petitot<\/strong><\/em>, cui ascriviamo <em>la concezione del percorso generativo in quanto <strong>\u201cschema\u201d<\/strong><\/em>.<br \/>\nPrima di addentrarci nella differenza tra modello e schema, \u00e8 possibile effettuare un rilievo critico generale, che concerne il dettato greimassiano. Stufo dell\u2019inerzia e dell\u2019entropia in cui galleggiava la riflessione filosofica sui segni, Greimas ha prodotto una teoria semiotica a vocazione eminentemente e dichiaratamente operativa. Il percorso generativo, frutto principale di questa teoria, riflette le attese che hanno condotto ad esso: assolutamente perfetto dal punto di vista ingegneristico, esso pu\u00f2 risultare assai pi\u00f9 opaco dal punto di vista concettuale. In altre parole: esistono molti meno dubbi circa il funzionamento del percorso generativo di quanti non ve ne siano sul significato del percorso generativo. Che operazione stiamo compiendo quando usiamo il percorso generativo? Sono convinto che questa sarebbe un\u2019ottima domanda da rivolgere agli studenti durante gli esami. Cosa te ne fai tu del percorso generativo? A questa domanda, infatti, Ricoeur e Petitot forniscono risposte profondamente diverse e, ci\u00f2 che pi\u00f9 conta, per molti aspetti contraddittorie.<br \/>\nQuesto stesso fatto, dato il carattere quantomeno avveduto di entrambi gli autori, \u00e8 indice \u2013 a mio parere \u2013 di una lacuna storica del generativismo semiotico, un paradigma che sembra scontare il curioso paradosso di cavarsela molto bene sul campo senza saper dire veramente in cosa se la stia cavando tanto bene. Il punto \u00e8 abbastanza serio, perch\u00e9 \u00e8 piuttosto dura farci comprendere fuori quando non ci intendiamo dentro. Non credo, insomma, che l\u2019ostracismo culturale patito dalla semiotica si possa spiegare rinviando alla sua costitutiva inattualit\u00e0. Io penso che molti nostri possibili interlocutori rimangano possibili perch\u00e9 \u2013 semplicemente &#8211; non capiscono cosa stiamo facendo. Leggono le nostre analisi, ci trovano qualcosa di interessante, talora anche qualcosa di molto acuto, e per\u00f2 \u00e8 raro che ne colgano le ragioni profonde. La nostra \u00e8 un\u2019epistemologia sepolta, che non riesce a farsi vedere da fuori. Non \u00e8 un caso, a mio avviso, che manchi fra gli insegnamenti un corso specifico di epistemologia semiotica. Nemmeno il correttore automatico di word fa mostra d\u2019averci registrato e segna in rosso il 70% del nostro metalinguaggio. \u201cSemiologo\u201d, per Windows, \u00e8 un errore.<br \/>\nOra, il problema, evidentemente, non \u00e8 tanto che Bill Gates misconosca la nostra importanza (anche \u201cBill Gates\u201d \u00e8 segnato in rosso, ma per altri motivi). Il guaio \u00e8 che i nostri vuoti epistemologici potrebbero essere colmati da altri, e a modo loro. Con Ricoeur, di fatto, \u00e8 gi\u00e0 accaduto. Non trovando un episteme semiotica forte, egli ha annesso la semiotica all\u2019episteme ermeneutica, e lo ha fatto asserendo sostanzialmente tre cose:<br \/>\n1)l\u2019ermeneutica \u00e8 definita da una dialettica fra spiegare (istanza razionalista) e comprendere (istanza idealista);<br \/>\n2)le ermeneutiche si differenziano in base al polo dominante di questa dialettica;<br \/>\n3)mentre l\u2019ermeneutica di Ricoeur si fonda sul primato della comprensione (secondo la massima \u201cspiegare per meglio comprendere\u201d), l\u2019ermeneutica di Greimas si fonderebbe sul primato della spiegazione (segnatamente della spiegazione tassonomica e assiologica), rispetto alla quale la comprensione sarebbe un effetto di superficie derivato.<br \/>\nL\u2019operazione di Ricoeur \u00e8 quella del critico che vuole giocare in casa: prima dice che la semiotica \u00e8 un\u2019ermeneutica e poi dice che non \u00e8 una buona ermeneutica. Ebbene, anche la geometria non \u00e8 una buona biologia, ma il motivo \u00e8 semplice: la geometria non \u00e8 una biologia, quindi non pu\u00f2 essere una buona biologia. La semiotica non \u00e8 un\u2019ermeneutica, e quindi non sar\u00e0 mai una buona ermeneutica.<br \/>\nIn quanto ermeneutica, la semiotica \u2013 secondo Ricoeur \u2013 \u00e8 uno dei modi per indagare il senso dell\u2019essere. Tuttavia \u2013 e questa \u00e8 la critica fondamentale di Ricoeur \u2013 essa riuscirebbe a indagare solo una piccola parte del senso dell\u2019essere, vale a dire quella parte che risulta compatibile con le strutture profonde del percorso generativo. La semiotica, in altre parole, sarebbe in grado di rendere conto di quei soli racconti e di quelle sole narrazioni sociali in cui si assista al ripristino di un quadro di valori precedentemente minacciato e\/o violato. Leggendo Ricoeur, si ha insomma l\u2019impressione che il quadrato semiotico esprima un\u2019ipotesi sul funzionamento del mondo che ha solo un numero limitato di conferme empiriche e che, per lo pi\u00f9, \u00e8 costantemente invalidata. Cito da Ricoeur:<\/p>\n<p>Greimas stesso, in Semantica strutturale, ammetteva che la funzione pi\u00f9 generale del racconto era quella di ristabilire un ordine di valori minacciati. Ora, sappiamo bene, grazie allo schematismo degli intrecci prodotti dalle culture delle quali siamo eredi, che una tale restaurazione dell\u2019equilibrio iniziale caratterizza soltanto una certa categoria di racconti, e senza dubbio anche di favole. Quanto diverse sono le maniere con cui l\u2019intreccio articola \u201ccrisi\u201d e \u201crisoluzione\u201d! E quanto diverse le maniere con cui l\u2019eroe (o l\u2019antieroe) si vede modificato dal corso dell\u2019intreccio! Non \u00e8 lecito dubitare che tutti i racconti possano essere proiettati su questa matrice topologica, la quale comporta due programmi, un rapporto polemico e un transfert di valori? (Sem\/Erm, p. 44)<\/p>\n<p>Ed ecco che arriviamo alle figure. Ricoeur contesta che le figure siano il mero rivestimento delle strutture profonde perch\u00e9 cos\u00ec come tanta parte del senso dell\u2019essere non \u00e8 spiegata dal quadrato semiotico, tanta parte delle figure che il mondo \u2013 e in particolare il mondo della letteratura \u2013 ci presenta non possono essere considerate il rivestimento di valori (e soprattutto di sintassi elementari) che esse non esprimono. Chiamato dalla sua supposta vocazione ermeneutica a rendere conto del senso dell\u2019essere, il quadrato semiotico si rivelerebbe un pessimo modello descrittivo (un \u201cletto di Procuste\u201d, lo definir\u00e0 non a caso Ricoeur) perch\u00e9 tralascia di rendere conto di numerose figurazioni e di numerosi intrecci, cercando semmai di ridurli al proprio schema.<br \/>\nDopodich\u00e8 Ricoeur fa un passo ulteriore, e va in cerca di un\u2019intelligenza che sia diversa da quella semiotica e, a un tempo, fondativa rispetto ad essa, capace cio\u00e8 di farsi carico di tutti i racconti e di tutte le figure, compresi i racconti e le figure che calzano alla semiotica stessa e alla sua specifica razionalit\u00e0. Egli rinvia cos\u00ec alla nozione aristotelica di <em>phronesis<\/em>. La phronesis, di cui Aristotele parla diffusamente nel VI libro dell\u2019Etica Nicomachea, \u00e8 una sorta di intelligenza pratica o narrativa, radicata nel nostro <em>essere<\/em> irrinunciabilmente inscritti <em>nel tempo<\/em>, e guiderebbe la creazione e la comprensione dei racconti, della loro temporalit\u00e0 e della loro logica narrativa. Ricoeur fa cos\u00ec dipendere la \u201crazionalit\u00e0 narratologica\u201d della semiotica \u2013 come la chiama egli stesso &#8211; da questa \u201cintelligenza narrativa\u201d o \u201cphronesis\u201d e si propone di smascherare il tentativo retorico con il quale la semiotica vorrebbe far derivare la seconda, cio\u00e8 la phronesis, dalla prima, cio\u00e8 dalla razionalit\u00e0 narratologica che presiede, per intenderci, al funzionamento del quadrato semiotico. Cito ancora da Ricoeur:<\/p>\n<p>\u2026 un\u2019intelligenza narrativa continua a servire da guida tacita per dare senso a nozioni quali contratto, rottura di contratto e ristabilimento del contratto, nel momento stesso in cui il contratto viene assimilato a una congiunzione tra proibizione e violazione, e il suo ristabilirsi viene assimilato a una nuova congiunzione. Nello stesso modo, nel passaggio dalle idee di mancanza e di liquidazione, che <em>comprendiamo<\/em>, alle numerose disgiunzioni e congiunzioni che ne segnano il divenire, \u00e8 ancora l\u2019intelligenza narrativa che serve da guida tacita alla razionalit\u00e0 narratologica. E allo stesso modo \u00e8 la comprensione dello sviluppo temporale del racconto, al di sotto delle figure della prova, della ricerca, della lotta, con tutte le sfumature assiologiche apportate dalle idee di violazione e di ristabilimento, che guida sotto sotto la logica delle trasformazioni che la razionalit\u00e0 narratologica sovrappone all\u2019intelligenza narrativa (Sem\/Erm, pp. 74-75).<\/p>\n<p>Sarebbe quindi un\u2019intelligenza pratica, mondana, a fondare la possibilit\u00e0 di una sintassi elementare, a decidere \u2013 dunque &#8211; di come la matrice topologica del quadrato possa essere dinamizzata per divenire cos\u00ec il luogo teorico di una circolazione del valore. Detto diversamente: se ci \u00e8 venuto in mente che da un punto all\u2019altro del quadrato si potesse perfino transitare \u00e8 perch\u00e9 nella nostra esperienza di tutti i giorni siamo soliti non soltanto distinguere il bene dal male, ma anche passare da condizioni \u201cbuone\u201d a condizioni \u201cmeno buone\u201d, corrompendo o meglio vivendo le nostre categorie nel tempo. Ma questa \u00e8 storia, teoria o forse addirittura filosofia della conoscenza, e non c\u2019entra nulla con lo statuto semiotico del percorso generativo. In altre parole, \u00e8 chiaro, quasi lapalissiano direi, che l\u2019ipotesi scenica espressa dal sistema degli attanti, cos\u00ec come l\u2019idea stessa di trasformazione, sono prelevate, come dice Ricoeur, dalla \u201cfrequentazione dei racconti e dei loro intrecci\u201d (Sem\/Erm, p. 75), ma tutto ci\u00f2 rileva al pi\u00f9 della loro provenienza empirica, della loro tracciabilit\u00e0 storica (per altro piuttosto ovvia) e non rileva in alcun modo del loro statuto teorico, di cui qui si discute.<br \/>\nDa questo punto di vista mi sembra che il punto meno onesto (o pi\u00f9 grossolano) dell\u2019argomentazione di Ricoeur coincida con quei passaggi in cui il confine tra manifestazione e immanenza viene spostato, falsato e, talora, decisamente cancellato. Scrive ad esempio Ricoeur:<\/p>\n<p>\u2026 desidero sottolineare (\u2026) come proprio il livello figurativo apporti la dimensione dinamica alla base delle regole di trasformazione, che sono retro proiettate dalle strutture di superficie alle strutture profonde\u201d (Sem\/Erm, p. 88)<\/p>\n<p>Se sono le figure ad apportare la dimensione dinamica alla base delle regole di trasformazione, significa che tali figure costituiscono il dominio di riferimento della phronesis, cio\u00e8 di quell\u2019intelligenza pratica, mondana, che ci fornisce le idee stesse di temporalit\u00e0 e trasformazione. La phronesis \u00e8, dunque, (1) intelligenza pratica, mondana, narrativa e, a un tempo, (2) intelligenza figurativa. Figurazione e intreccio, infatti, sono quasi sinonimi per Ricoeur (la figurazione \u00e8 un intreccio e l\u2019intreccio \u00e8 di figure), con evidente imbarazzo per una semiotica che invece \u00e8 abituata a pensarli su piani sfasati, strutture discorsive e strutture semio-narrative. Ma questo appaiamento ha luogo perch\u00e9 per Ricoeur le figure sono le grezze figure reperibili nei racconti, figure date e immediate, nonch\u00e9, effettivamente, in se stesse intrecciate e che \u2013 come tali \u2013 si offrono a pratiche descrittive diverse: quella del lettore ingenuo, quella del critico letterario, quella dello storico della letteratura e, perch\u00e9 no, quella del semiologo.<br \/>\nMa questo \u00e8 il piano di manifestazione e non \u00e8 possibile salvaguardare l\u2019ecologia del percorso generativo se installiamo il livello figurativo nel piano di manifestazione. Se lo facessimo \u2013 limitando l\u2019immanenza del semiotico alla sola semionarrativit\u00e0 \u2013 dovremmo poi concordare con Ricoeur quando dice che il quadrato semiotico e, a pioggia, la sintassi attanziale sono modelli descrittivi insufficienti, incapaci di rendere conto del senso dell\u2019essere. Allora la questione \u00e8: dove sta la figura? Dentro il piano di immanenza o fuori? Se stesse fuori, come di fatto propone Ricoeur, dovremmo fare i conti \u2013 almeno \u2013 con due ordini di conseguenze.<br \/>\n1)il primato del linguistico sul semiotico<br \/>\n2)la deriva ontologica del semiotico<br \/>\n\u00c8 lo stesso Ricoeur a trarre l\u2019una e l\u2019altra conseguenza e a farne i cardini della sua revisione semiotica. Da un lato, dice Ricoeur,<\/p>\n<p>L\u2019ordine linguistico (\u00e8) allo stesso tempo un sistema semiotico tra gli altri e il caso paradigmatico sul quale si lasciano discernere i tratti generali del semiotico in generale. [\u2026] Non contesto il diritto di leggere il semiotico <em>sopra<\/em> il linguistico. Contesto che lo si articoli <em>prima<\/em> del linguistico. In questo senso il semiotico e il linguistico si precedono reciprocamente: il primo in virt\u00f9 della sua generalit\u00e0, il secondo in virt\u00f9 della sua esemplarit\u00e0. (Sem\/Erm, p. 24)<\/p>\n<p>Dall\u2019altro lato, siccome il linguistico \u00e8 articolato e compreso sulla base della phronesis, intelligenza pratica che cuce un rapporto con il testo a partire dal nostro essere al mondo e dal nostro essere nel tempo, l\u2019indagine semiotica dovrebbe smettere di porre il mondo del testo e dovrebbe cominciare a porre il testo nel mondo &#8211; facendosi cos\u00ec carico della sua inserzione ontologica.<br \/>\nQuanto al punto 1, va detto che Ricoeur distingue un \u201cordine dell\u2019esposizione\u201d \u2013 in cui vige il primato del semiotico (e del profondo) \u2013 e un \u201cordine della scoperta\u201d \u2013 in cui vige il primato del linguistico (e del superficiale). \u00c8 anche vero, per\u00f2, che, nella misura in cui le figure si scoprono altre rispetto all\u2019immanenza del semiotico e afferenti piuttosto alla manifestazione, l\u2019ordine della scoperta in cui esse vengono reperite finisce per fagocitare tutto e diventa in buona sostanza l\u2019ordine generale dell\u2019indagine sul senso \u2013 sul senso, ribadiamolo, in quanto senso dell\u2019essere. Travisato per un percorso genetico della manifestante (2), il percorso generativo smarrisce la sua omologia interna: il semio-narrativo fa blocco a s\u00e9 e diventa un modello plastico dotato di forte coerenza interna; il discorsivo evade dal modello e ne diviene l\u2019oggetto. In questo modo, abbiamo a che fare con un modello semio-narrativo del discorso, ma di un discorso autoriale, letterario, depositato nell\u2019essere, le cui figure sono oggetti di una percezione che non pu\u00f2 non venire condotta nell\u2019essere e, dunque, nel tempo.<br \/>\nRicoeur, e veniamo cos\u00ec al punto 2, ha sempre rimproverato alla semiotica d\u2019aver rifuggito l\u2019extra linguistico, \u201ccome se \u2013 cito &#8211; il linguaggio non fosse, da sempre, gettato fuori da s\u00e9 dalla sua veemenza ontologica!\u201d. In questa prospettiva critica, figlia dell\u2019annessione ermeneutica, l\u2019acronia della matrice topologica non pu\u00f2 che rivelare tutta la sua insufficienza: Ricoeur parla, precisamente, di un <em>eccesso del processo sulla struttura<\/em>, di un\u2019eccedenza del figurativo che il modello \u2013 impegnato a confermare se stesso \u2013 non riuscirebbe a descrivere.<br \/>\nA un percorso generativo inteso come modello descrittivo corrisponde quindi una nozione di figura esogena \u2013 esterna al modello stesso e offerta, in prima istanza, alle logiche della percezione. Il senso dell\u2019essere chiede \u2013 anzitutto \u2013 di essere percepito nelle sue inserzioni mondane. Ma davvero il percorso generativo \u00e8 un modello? Leggiamo assieme questo passo in cui Petitot esprime le implicazioni epistemologiche della sua rilettura catastrofista del generativismo greimassiano:<\/p>\n<p>La difficolt\u00e0 veniva dal fatto che avevamo affrontato la questione in termini di <em>modellizzazione<\/em>, come se le strutture (categorizzazione paradigmatiche e morfologie attanziali) fossero dei <em>fenomeni predefiniti nel loro senso d\u2019oggetto<\/em>. Ora, ci siamo resi conto molto presto che non era cos\u00ec: [lo schematismo] catastrofista <em>definiva<\/em> il contenuto oggettivo dei fenomeni che [esso] modellizzava, <strong>decideva del loro essere, esercitava nei loro confronti una funzione di determinazione oggettiva, e a questo titolo concerneva la costituzione di una nuova appercezione<\/strong>. (Morfog, p. 17, parentesi quadre e neretto miei)<\/p>\n<p>Torneremo poi sulla nozione di appercezione. Il messaggio di Petitot, comunque, \u00e8 gi\u00e0 chiaro: il percorso generativo non descrive proprio nulla, tanto meno si pone come modello descrittivo del senso dell\u2019essere. La funzione del percorso generativo, come quella di ogni dispositivo autenticamente strutturale, \u00e8 quella di determinare l\u2019oggettivit\u00e0 strutturale dei fenomeni di senso. In altre parole, siccome il senso \u00e8 qualcosa di immateriale \u2013 non predefinito, pertanto, nel suo aspetto di oggetto \u2013 e siccome, d\u2019altra parte, la semiotica deve condurre un\u2019indagine sul senso la cui vocazione scientifica non pu\u00f2 fare astrazione da un qualche rapporto all\u2019oggetto, \u00e8 necessario che questa oggettivit\u00e0 del senso \u2013 da principio indisponibile \u2013 venga determinata appositamente. L\u2019orizzonte \u00e8 squisitamente kantiano: immaginazione produttiva e decisione critica. Il problema semiotico, con Petitot (e a mio avviso anche con il migliore Greimas), non \u00e8 pi\u00f9 il <em>senso dell\u2019essere<\/em> ma diventa l\u2019<em>essere del senso<\/em>. Alla domanda di Ricoeur (che senso ha l\u2019essere?) \u2013 domanda tanto vertiginosa da essere, paradossalmente, a costo zero, Petitot sostituisce un\u2019altra domanda (Che essere ha il senso?), la quale \u2013 del resto \u2013 \u00e8 assolutamente irrinunciabile per una semiotica che aspiri a sapere di cosa si stia occupando tanto bene. Scrive Petitot:<\/p>\n<p>non si pu\u00f2 misconoscere questo principio trascendentale di decisione sull\u2019essere e sul reale, secondo il quale solo delle categorie schematizzate permettono legittimamente di riflettere in immanenza delle condizioni di possibilit\u00e0. La semiotica, se non vuole rassegnarsi a essere soltanto descrittiva, non pu\u00f2 evitare il problema critico. Quest\u2019ultimo, se (\u2026) messo in rapporto con una matematica che eserciti una funzione fondata di determinazione oggettiva, \u00e8 la chiave che permette la costituzione della sua ontologia regionale. (Morfog, pp. 225-226)<\/p>\n<p>Ma come si determina l\u2019essere del senso? Se ci asteniamo dal senso qualunque di un fatto, come possiamo riconoscere un qualunque fatto di senso? La risposta \u2013 come tutte le risposte autenticamente semiotiche \u2013 \u00e8 nella forma. E ce la fornisce Greimas:<\/p>\n<p>(La) relazione costitutiva di un enunciato canonico di stato (\u2026) fornisce il quadro formale e i criteri di riconoscimento dei <em>fatti semiotici pertinenti<\/em> per qualsiasi analisi. (DS2, pp. 24-25, parentesi e corsivo nostri).<\/p>\n<p>La forma \u2013 dunque \u2013 \u00e8 S\u2192O. Questo \u00e8 l\u2019essere del senso. Ma cosa vuol dire tutto ci\u00f2? Vuol dire forse che tutto quello che c\u2019\u00e8 la fuori significa S\u2192O? Ovviamente no. Vuol dire solo che qualunque cosa ci sia l\u00e0 fuori, \u00e8 di questo che ci serviremo per articolarla. S\u2192O \u00e8 uno schema e ci serve per determinare \u2013 sub specie formale \u2013 l\u2019oggettivit\u00e0 strutturale dei fenomeni presi in esame. S\u2192O \u00e8 il fenomeno che diventa oggetto, la materia che diventa forma, l\u2019esperibile che diventa fungibile. L\u2019ontologia regionale della semiotica \u00e8 un\u2019ontologia popolata di rapporti fra istanze soggetto e istanze oggetto. Infatti, cito dal dizionario, \u201cl\u2019esistenza semiotica di una grandezza qualunque \u00e8 determinata dalla relazione transitiva che la lega, in quanto oggetto di sapere, al soggetto cognitivo\u201d.<br \/>\nCome anticipa il dizionario stesso, la definizione di esistenza semiotica \u00e8 una definizione operativa. Essa, infatti, porta su funzioni e non su enti. L\u2019operativit\u00e0, per la semiotica, \u00e8 tutto. \u00c8 l\u2019operativit\u00e0, ad esempio, che spiega perch\u00e9 il fatto semiotico pertinente sia S\u2192O. La semiotica, a un certo livello, \u00e8 definibile come una teoria del valore. La nozione di valore viene alla semiotica dalla linguistica, la quale ne aveva dato una definizione puramente negativa, assumendolo come <em>un campo di esclusione rispetto a ci\u00f2 che esso non \u00e8<\/em>. Ora, Greimas dice che affinch\u00e9 la nozione di valore sia resa operativa, affinch\u00e9 insomma ci si possa lavorare, \u00e8 necessario che questo valore differenziale sia \u201cfissato in un luogo sintattico chiamato oggetto\u201d e offerto, per ci\u00f2 stesso, ad un soggetto. Da questo punto di vista, il percorso generativo appare a mio avviso caratterizzato dal carattere necessario della conversione: solo il passaggio dalla matrice topologica alla sintassi attanziale rende operativo il valore che quella matrice, pure, definisce. Per questo motivo, ho pensato che il processo di decisione critica sull\u2019essere del senso, quello che porta all\u2019enucleazione di questa relazione (S\u2192O), potesse essere scandito da un trittico di restrizioni successive.<br \/>\nLa prima \u00e8 la restrizione morfologica. Entra nell\u2019essere del senso solo ci\u00f2 che pu\u00f2 essere assunto in quanto morfologia. \u201cLa morfologia \u00e8 un sistema di discontinuit\u00e0 qualitative su uno spazio substrato\u201d (Morfog, p. 92). Ora, la discontinuit\u00e0 \u00e8 un\u2019invariante della percezione (senza discontinuit\u00e0 non si percepisce nulla); per questo motivo \u00e8 possibile non solo e non tanto rilevarne lo spessore empirico ma anche e soprattutto riconoscerle un profilo trascendentale. La discontinuit\u00e0 infatti \u2013 come scrive Petitot &#8211;<\/p>\n<p>condiziona l\u2019apparire dei fenomeni e li definisce quindi in quanto tali. Principio dell\u2019apparire morfologico, la discontinuit\u00e0 \u00e8 inerente all\u2019oggettivit\u00e0 dell\u2019oggetto. [\u2026] Concependola come soggettiva in senso trascendentale, noi ripetiamo il gesto kantiano che consiste nel collocare in posizione di intuizione pura delle invarianti della percezione. (Morfog, p. 93)<\/p>\n<p>Provvista di uno statuto sganciato da ogni vincolo esperienziale, la morfologia vale anche per regioni non fisiche e quindi designa l\u2019esistente con cui la struttura sigilla la propria oggettivit\u00e0 in un regime di appercezione. La restrizione morfologica \u00e8 quella che definisce il valore come entit\u00e0 di dominio topologico. Come tale, essa \u00e8 alla base dell\u2019articolazione sincronica del quadrato, vale a dire della sua semantica elementare.<br \/>\nLa seconda \u00e8 la restrizione fenomenologica. Entra nell\u2019essere del senso solo quel valore (o fatto morfologico) che vale. La restrizione fenomenologica \u00e8 quella che definisce il valore come entit\u00e0 di dominio assiologico. Come tale, essa \u00e8 alla base dell\u2019articolazione diacronica del quadrato, vale a dire della sua sintassi elementare.<br \/>\nLa terza, e decisiva, \u00e8 la restrizione antropomorfica. Entra nell\u2019essere del senso solo quel valore che vale per qualcuno. La restrizione antropomorfica \u00e8 quella che definisce il valore come entit\u00e0 di dominio attanziale. Come tale, essa \u00e8 alla base dell\u2019enunciato di stato, la cui relazione costitutiva \u2013 dice Greimas &#8211; definisce il \u201cfatto semiotico pertinente per qualsiasi analisi\u201d, \u201cla nozione stessa di esistenza semiotica\u201d e, quindi, \u201cl\u2019essere del senso\u201d.<br \/>\nQuesto processo di decisione critica sull\u2019essere del senso \u2013 operazione che si compie ogni qual volta si utilizzi il percorso generativo \u2013 si basa sull\u2019equivalenza fra i livelli. In altre parole, la posta che passa da un livello all\u2019altro \u00e8 sempre la stessa, anche se ciascun livello l\u2019articola secondo la razionalit\u00e0 che gli \u00e8 propria. Le figure, e, pi\u00f9 in generale, il livello discorsivo, non fanno eccezione. Le figure, in altra parole, non sono pezzi di mondo a cui la semiotica assegna ex post un valore, ma sono, in se stesse, fatti di valore e non hanno esistenza semiotica dissociata o dissociabile dai valori ad esse sottese. Il dizionario \u00e8 molto preciso al riguardo:<\/p>\n<p>le figure non sono separabili dai <em>valori<\/em>, e la tipologia delle figure sar\u00e0 omotetica a quella dei <em>valori<\/em>, quando questa sar\u00e0 sistematizzata. (Diz, voce \/figura\/)<\/p>\n<p>Ma allora, se questo \u00e8 vero, non si da nessun eccesso del processo sulla struttura (come sostiene Ricoeur), nessuna incommensurabilit\u00e0 residuale fra logico e antropomorfico. E questo perch\u00e9, come scrive Marsciani commentando lo stesso Ricoeur,<\/p>\n<p>le \u201cforme di articolazione\u201d (\u2026) pertengono allo stesso ordine di realt\u00e0 \u2013 (\u2026) partecipano della stessa natura formale \u2013 dei postulati ipotetici di partenza. In questo senso non c\u2019\u00e8 pretesa semiotica di ri-generare i testi, di ri-produrli, bens\u00ec soltanto la volont\u00e0 di simularne le condizioni di produzione semiotica. (Sem\/Erm, p. 14)<\/p>\n<p>Le figure non sono altre rispetto al piano di immanenza, non afferiscono alla manifestante. Esse fanno parte integrante del percorso generativo e, come tali, di una ricostruzione immanente delle condizioni di possibilit\u00e0 del darsi del senso. \u00c8 a questo titolo, e solo a questo titolo, che diventa possibile tradurre fra loro figure letterarie, pittoriche, musicali, cinematografiche, giornalistiche, politiche, gergali, architettoniche, pubblicitarie, religiose, mitiche, scientifiche, televisive, ecc. Per la semiotica, il luogo in cui questi diversi campi sono articolati in figure non \u00e8 quello della loro manifestazione, bens\u00ec quello del piano d\u2019immanenza della nostra disciplina, nel quale le figure sono enucleate congiunturalmente a un quadro di valori che ne doppi l\u2019articolazione in profondit\u00e0, traducendolo omograficamente nelle strutture semio-narrative superficiali e profonde.<br \/>\nA un percorso generativo inteso, kantianamente, come schema corrisponde quindi una nozione di figura endogena \u2013 interna allo schema stesso e offerta, in prima istanza, alle logiche dell\u2019 appercezione trascendentale.<br \/>\nMa cos\u2019\u00e8 questa appercezione? Il termine, introdotto da Leibniz e poi perfezionato da Kant, indica una sorta di percezione autoconsapevole, che non rinvia ad alcun riscontro empirico. In una filosofia morale pura, ad esempio, il rapporto fra giustizia e ingiustizia \u00e8 appercepito. La discontinuit\u00e0 di cui si \u00e8 parlato, ancora, concerne un processo appercettivo: principio dell\u2019apparire morfologico e dunque primo vagito del valore, la discontinuit\u00e0 vale indifferentemente per regioni fisiche e non fisiche e, come tale, costituisce un\u2019invariante della percezione che proprio per questo pu\u00f2 essere assunta come intuizione pura, autoconsapevole. In un senso pi\u00f9 lasco e meno rigoroso del termine, si appercepisce tutte le volte che si costruisce uno spazio ideale all\u2019interno del quale poter organizzare e distinguere gli oggetti ideali propri di quello spazio. L\u2019appercezione, insomma, \u00e8 la costruzione di una percezione soltanto possibile. Il quadrato semiotico non \u00e8 direttamente percepibile ma \u00e8 possibile costruire uno spazio ideale all\u2019interno del quale fare in modo che la percezione del quadrato abbia <em>realmente<\/em> luogo. Il quadrato semiotico, la sintassi attanziale e la sintassi figurativa sono tutti oggetti di appercezione perch\u00e9 sono tutti afferenti a un piano di immanenza empiricamente indisponibile, all\u2019interno del quale &#8211; tuttavia \u2013 essi sono dotati di una propria oggettivit\u00e0, ideale e reale a un tempo \u2013 come scriveva Deleuze. Non si ha appercezione se non di qualcosa di ideale cui si conferisce una qualche realt\u00e0. \u00c8 proprio sotto questo rispetto che l\u2019<em>essere del senso<\/em> chiede \u2013 anzitutto \u2013 di essere appercepito.<br \/>\nLa rinuncia al trascendentale, dice Petitot, \u00e8 una rovina. La semiotica \u00e8 una disciplina che deve astenersi dal descrivere il senso dell\u2019essere e che, piuttosto, deve decidere l\u2019essere del senso, immaginandone un\u2019articolazione adeguata a questo suo essere. Le figure devono entrare a pieno titolo in questa decisione critica e non gi\u00e0 stare al cospetto di un modello descrittivo condannato a esserne un calco rozzo, semplicistico e riduttivo. Com\u2019\u00e8 chiaro, dunque, la mia preferenza va senz\u2019altro alla concezione del percorso generativo in quanto schema. Ritengo che solo attraverso uno schematismo della struttura si possa corroborare davvero la vocazione scientifica della nostra disciplina. Se ne va dell\u2019essere del senso, infatti, il nostro metalinguaggio non funziona pi\u00f9 come una griglia arbitraria e nominalista da appiccicare a un mondo che le sfugge ma diventa la designazione motivata e realista di un\u2019ontologia regionale del senso che fornisce ai nostri discorsi sul senso il parametro indispensabile dell\u2019oggettivit\u00e0.<br \/>\nIn tutto questo la nozione di figura non si sottrae a un\u2019ultima perplessit\u00e0. Se l\u2019ipotesi modellizzante implica l\u2019uscita delle figure dal modello \u2013 il modello stesso non essendo altro che modello immanente di figure manifeste, l\u2019ipotesi trascendentalista \u2013 per quanto si basi sull\u2019omotetia e sulla comune natura formale di valori e figure \u2013 termina la determinazione dell\u2019essere del senso al livello dell\u2019enunciato di stato, cio\u00e8 a monte del figurativo stesso. Da un lato, il modello (ipotesi di Ricoeur) espellerebbe da s\u00e9 le figure perch\u00e9 le riconosce afferenti all\u2019ontologia, all\u2019Essere, di cui in quanto modello descrive il senso. Dall\u2019altro lato, anche lo schema (ipotesi di Petitot) tenderebbe a tener fuori le figure: esse, infatti, risultano inessenziali alla determinazione dell\u2019ontologia regionale del senso, che procede dalla semantica elementare (restrizione morfologica), passa per la sintassi elementare (restrizione fenomenologica) e si conclude con la sintassi attanziale (restrizione antropomorfica). E la cosa fa davvero problema, dato che \u2013 come abbiamo gi\u00e0 letto dal dizionario \u2013 \u201cle figure non sono separabili dai valori e la tipologia delle figure sar\u00e0 omotetica a quella dei valori, quando questa sar\u00e0 sistematizzata.\u201d Nell\u2019invitarvi a discutere su questo e altri aspetti della questione che vi avessero interessato, mi piacerebbe chiudere con la comune lettura di un altro passo importante:<\/p>\n<p>Vi sono soltanto due casi possibili, nei quali la rappresentazione sintetica e i suoi oggetti possono incontrarsi e riferirsi l\u2019uno all\u2019altro in una maniera necessaria, e quasi convenire: o che l\u2019oggetto renda possibile la rappresentazione, o che questa l\u2019oggetto. Se si ha il primo caso, il rapporto \u00e8 solamente empirico, e la rappresentazione non \u00e8 mai possibile a priori (<em>nda, \u00e8 il caso, diremmo noi, dell\u2019ermeneutica<\/em>). Ma se si ha il secondo (<em>nda, \u00e8 il caso, diremmo noi, della semiotica), dato che la rappresentazione in se stessa &#8211; giacch\u00e9 qui non si parla della sua causalit\u00e0 mediante il volere &#8211; non produce l\u2019oggetto suo quanto all\u2019esistenza<\/em>, essa rappresentazione \u00e8 tuttavia determinante a priori rispetto all\u2019oggetto se solamente per mezzo di essa \u00e8 possibile conoscere alcunch\u00e9 come oggetto. (CRP, pp. 105-106, parentesi e corsivo nostri)<\/p>\n<p>a) PG come Modello<br \/>\nb) PG come Schema<\/p>\n<p>a) senso dell\u2019essere<br \/>\nb) essere del senso<\/p>\n<p>a) ipotesi nominalista<br \/>\nb) ipotesi realista<\/p>\n<p>a) percezione<br \/>\nb) appercezione<\/p>\n<p>a) descrizione<br \/>\nb) prescrizione (o decisione critica)<\/p>\n<p>a) immaginazione riproduttiva<br \/>\nb) immaginazione produttiva<\/p>\n<p>a) figura esterna al modello<br \/>\nb) figura interna allo schema<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p>(1) \u201cse la significazione cessa con la figura [\u2026] il confronto non ha luogo tra le negativit\u00e0 del non-figurativo e la positivit\u00e0 del figurativo, ma tra due modi di figurazione. Dal punto di vista epistemologico, questi due modi partecipano di una correlazione che iscrive il figurale come costante e il figurativo come variabile. (Diz, voce \/figura\/)<br \/>\n(2) \u2026 nel quale, come dice Ricoeur, \u201cil tempo diviene umano nella misura in cui \u00e8 espresso in moduli narrativi e il racconto raggiunge la sua piena significazione quando si rivela condizione dell\u2019esistenza temporale\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p class=\"excerpt\">Percezione e appercezione criticit\u00e0 della nozione di figura nell\u2019ecologia del percorso generativo. di Edoardo Lucatti Avvertenza. L\u2019indicazione bibliografica non si riferisce all\u2019edizione originale ma solo al volume da cui sono \u201cfisicamente\u201d tratte le diverse citazioni. Vale la seguente legenda: Sem\/Erm: Ricoeur P. e Greimas A. J., Tra semiotica ed ermeneutica, a cura di Marsciani F., Meltemi 2000 Morfog: Petitot J.,&hellip;<\/p>\n<p class=\"more-link-p\"><a class=\"btn btn-default\" href=\"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/percezione-e-appercezione\/\">Read more<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_seopress_robots_primary_cat":"","_monsterinsights_skip_tracking":false,"footnotes":""},"categories":[15],"tags":[],"class_list":["post-574","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-ed2008-2009"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/574","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=574"}],"version-history":[{"count":14,"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/574\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":962,"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/574\/revisions\/962"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=574"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=574"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.marsciani.net\/seminario\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=574"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}