La funzione delle figure nel discorso: “Il Gigante egoista” di Oscar Wilde – Tarcisio Lancioni

Tarcisio Lancioni

La funzione delle figure nel discorso: “Il Gigante egoista” di Oscar Wilde  (clicca qui per scaricare il file in .txt)

1    Premessa.
Nel quadro della semiotica strutturale, e in particolare nella tradizione di ricerca legata al lavoro di Algirdas Julien Greimas, al problema della “figuratività” viene assegnato uno statuto teorico abbastanza ben precisato: essa occupa lo strato più esterno, più superficiale, del cosiddetto Percorso Generativo del Senso, quello della semantica discorsiva, e si definisce come il luogo teorico di costituzione degli effetti di realtà. E’ a questo livello che le istanze teoriche più astratte dei livelli più profondi assumono una concretezza percettiva, con vari possibili gradi di intensità, configurandosi in immagini, in figure appunto, e con ciò rendendo conto della dimensione sensibile e percettiva del senso.
Nel corso degli ultimi venti anni, questa dimensione del senso è stata oggetto di riflessione costante e di continue rielaborazioni, soprattutto ad opera di alcuni ricercatori francesi, tra cui ricordiamo in particolare, per la ricchezza del contributo, Denis Bertrand, Jean Marie Floch, Jacques Geninasca, Joseph Courtés, Claude Zilberberg, Teresa Keane, oltre allo stesso Greimas.
Obiettivo di questo intervento non è quello di riassumere le tappe di questa ricerca né quello di valutarne le diverse sfaccettature, ma solo quello di entrare nel merito di una delle questioni aperte da quelle ricerche e che verte sulla capacità del figurativo di “rendersi autonomo” aprendo la lettura a un “ragionamento figurativo” che sembra seguire regole proprie. Problematica che, riprendendo una formulazione di Denis Bertrand, potremmo definire come questione della “profondità del figurativo”. Questa impressione di “deriva del figurativo”, se accostata alle precedenti definizioni, di cui si è detto sopra, sembra nascondere un paradosso: da un lato, se si immagina il Percorso Generativo come una stratificazione orientata della costituzione del senso che “va” dalla dimensione più astratta a quelle più superficiali in vista della manifestazione, essa dovrebbe darsi semplicemente come luogo di compimento del senso in vista della manifestazione, mentre, dall’altro, se si immagina un “orientamento” interpretativo che muova dalla manifestazione verso le strutture immanenti, essa sembra configurarsi come luogo di origine di percorsi di articolazione del senso “alla deriva”,  cioè “indipendenti” dalla via maestra del Percorso Generativo, e per nulla lineari.
Mi sembra che in tal maniera si trovino a venir messi in discussione alcuni assunti della teoria, che forse non sono davvero né solidi né condivisi all’interno della tradizione greimasiana.
Innanzitutto, la questione che qua e là continua ad emergere della “percorribilità” del Percorso Generativo del senso, con il corollario del verso di questa percorribilità: il Percorso Generativo “va” dalle strutture profonde a quelle di superficie o viceversa?
Questione che, ad esempio, viene posta per due volte e con motivazioni diverse in lavori recenti di Jacques Fontanille, la prima, in Sémiotique du Discours, dove si sostiene che il Processo “ascendente” dall’astratto al figurativo caratterizzerebbe il vecchio modo di procedere della Semiotica testuale, mentre il processo inverso caratterizzerebbe la nuova Semiotica discorsiva; la seconda in Il corpo, dove si sostiene la necessità epistemologica di prevedere la posizione di una istanza presupposta dal Percorso Generativo quale Soggetto in grado di percorrere il Percorso stesso, che nel caso particolare sarebbe appunto “il corpo”.
Premesso che la distinzione fra semiotica del testo e semiotica del discorso mi sembra del tutto surrettizia, vorrei argomentare il perché tale approccio al Percorso Generativo mi sembri oltre che poco produttivo anche, e più pericolosamente, fuorviante in quanto frutto di un abbaglio metaforico.
Evidentemente non è sufficiente l’affermazione continuamente ribadita che “Generativo” non significa “Genetico”, se si continua a sollevare il problema della percorribilità del percorso, poiché tale questione sposta necessariamente il Percorso Generativo stesso dall’ordine del Sistema, a cui l’intera trattazione greimasiana lo ancora, a quello del Processo: solo immaginando un “processo generativo” possono essere poste le questioni del verso di percorrenza e del Soggetto competente per percorrerlo, ma ciò che ne consegue è nuovamente l’identificazione del “generativo” con il “genetico”.
In secondo luogo, ma non secondariamente, immaginare un’istanza capace di percorrere il Percorso Generativo significa necessariamente portare questa istanza al di fuori del Percorso e dunque, sempre necessariamente, sottrarla al processo di stratificazione del senso. Ma mi sembra che se sosteniamo che “esiste”, a garanzia della possibilità di costituzione del senso, come vorrebbe Fontanille, una istanza esterna al Percorso Generativo, e che in quanto tale sarà non stratificabile e potrà essere non assoggettata al modello di articolazione del senso che esso prevede, significa semplicemente negare ogni valore epistemologico e di conseguenza, necessariamente, ogni validità euristica al modello teorico della semiotica generativa.
Questa incongruenza mi pare che per altro traspaia in modo evidente anche dalle stesse pagine del testo di Fontanille, dove “il corpo” nei diversi saggi che costituiscono l’opera viene di volta in volta assoggettato ad una articolazione attanziale (poiché il gioco di articolazioni degli io-ipse…altro non è che un esercizio di analisi attanziale, anche se gli attanti sono denominati in modo non convenzionale) o visto come figura all’interno di configurazione discorsive diverse, e con ciò trattato semplicemente come un qualsiasi altro testo o come figura all’interno di testi, con la complessa mutevolezza che è propria di ogni oggetto di senso,  mentre si continua a sostenere che il corpo sussiste come istanza esterna al PG, e che dunque non dovrebbe essere articolato secondo i modelli del PG stesso.

Credo che, anche se ciò potrebbe apparire antiquato a qualche modernista, il Percorso Generativo del senso resti uno strumento ancora irrinunciabile della semiotica generativa, anche se si definisce “post-greimasiana”, e che valga la pena continuare a riflettere sul modello teorico che esso propone, ma credo che a questo fine, senza salti epistemologici, sia opportuno continuare a pensare il Percorso Generativo come articolazione stratificata di metalinguaggi corredata da regole di trasformazione e di traduzione, ognuno dei cui livelli costituisce una struttura interpretativa per l’altro, anche se ciò può avere un acre odore strutturale (o peggio strutturalista) invece che più apprezzate fragranze kantiane, fatte di categorie articolate “a priori”, e indipendentemente da ogni occorrenza testuale, in cerca di manifestazioni, curiosamente smerciate con il nome di “fenomenologia”.
Continuare a considerare il Percorso Generativo come articolazione stratificata di metalinguaggi, significa anche evitare di usare ciascuno di questi metalinguaggi per descrivere gli altri, pratica nella quale indulge invece certa epistemologia semiotica contemporanea, e ciò non solo per questioni di etichetta o di passiva e fedele resistenza ad antichi diktat (Semantica strutturale), ma assai più banalmente perché applicare il linguaggio di un livello agli altri livelli significa analizzare quei livelli non per la struttura logica che li caratterizza ma per il discorso che, inevitabilmente, li manifesta.
Scambiare l’analisi di una struttura logica, che richiederebbe un diverso metalinguaggio adeguato, per l’analisi del discorso che la manifesta, affrontabile con gli strumenti, e con il linguaggio, del percorso generativo, porta inevitabilmente a modellizzare ciascuno dei livelli secondo le strutture dell’altro, con inevitabili effetti di loop ricorsivi e paradossi apparentemente irrisolvibili, come già tempo fa insegnavano Russell e Whitehead. Se applico il modello semio narrativo per descrivere e concettualizzare gli altri livelli del Percorso mi ritroverò inevitabilmente con attanti ovunque: attanti del discorso, attanti delle strutture profonde, attanti delle strutture tensive, e così via, ma a questo punto sarà inutile che io vada a denominarli proto-attanti, quasi-attanti, attanti-del-discorso, ecc. poiché non avrò più una serie di metalinguaggi distinti ma un solo metalinguaggio in cui tutti gli attanti sono grigi per quanti sforzi di differenziazione io possa fare, in quanto sarà il modello logico di articolazione ad essere condizionato e uniformato ad una sola prospettiva, rendendo di fatto inutile l’articolazione per livelli. E a questo punto, forse, potrà apparire più chiara la provenienza dei suggerimenti di abbandonare un ormai inutile modello stratificato del senso, o della ricerca di salvezza in una qualche istanza non stratificata e non stratificabile.
Tutto ciò semplicemente per tornare a reinquadrare il nostro problema iniziale: qual è la posizione del figurativo nella semiotica generativa e perché se affrontiamo il problema muovendo dall’analisi dei testi (o dei discorsi), come ben ci mostrano i lavori di Bertrand citati, esso apre a derive di senso che facciamo fatica a prevedere quando ci limitiamo a una definizione puramente teorico-deduttiva del figurativo quale luogo di convocazione lineare degli investimenti semantici più astratti?
Vorremmo ora provare a porre la questione a partire da una piccola analisi testuale dedicata ad uno dei racconti brevi di Oscar Wilde: The Selfish Giant.

[ … omissis … ]

3.    Conclusioni
L’interesse per la dimensione figurativa dei testi, sorretta dalle descrizioni, dalle qualificazioni, ecc. non è certo esclusivo della semiotica, e per convincersene è sufficiente dare un’occhiata all’Anatomia della critica di Frye per vedere come questo aspetto sia centrale e rilevante in altri ambiti di studio, tanto che è proprio sulla base di forme ricorrenti o stereotipate di trattamento figurativo che in questo testo vengono costruite buona parte delle classificazioni tipologiche.
Ma come sappiamo, la diversità dell’impostazione semiotica sta nel fatto che essa non mira a cogliere evoluzioni e trasformazioni estetiche, o di poetica, ma a studiare in che modo questa dimensione contribuisce alla produzione di “significazione”.
Ora, come abbiamo detto nell’introduzione, ci sembra che il tentativo di ridurre teoricamente il problema della figuratività a quello di una semplice articolazione di marche semantiche riconducibili alla sfera percettiva-sensoriale, in vista della produzione di “effetti di realtà” più o meno marcati, entri in conflitto con la ricchezza delle aperture simboliche che l’analisi di quelle stesse figure può rivelare, come già emergeva efficacemente nel Maupassant di Greimas e come speriamo di aver contribuito a mostrare con la nostra analisi del Gigante egoista.
Queste difficoltà teoriche potrebbero derivare da un aspetto del livello discorsivo dei testi che forse non è stato sufficientemente studiato, e che potrebbe essere considerato come una estensione dell’affermazione hjelmsleviana secondo cui non si danno testi, per quanto semplici, che possano essere ricondotti ad una sola forma. Per Hjelmslev ciò significava che a formare un testo (verbale) concorrevano oltre alla semiotica linguistica (denotativa) primaria anche una serie di semiotiche connotative specifiche (forme stilistiche, gergali, ecc.). Quello che qui vorremmo invece suggerire è che il livello discorsivo delle semiotiche è il luogo proprio di incorporazione di semiotiche diverse, linguistiche e non linguistiche, chiamate ad articolare le strutture più profonde della significazione secondo forme che sono loro peculiari.
Ciò significherebbe che il linguaggio verbale non solo funziona come sistema modellizzante primario rispetto alle altre semiotiche, nell’accezione dei semiotici sovietici, ovvero come sistema in cui possono essere tradotti e detti i contenuti degli altri sistemi, ma che funzionerebbe anche come luogo di articolazione secondario di altri sistemi semiotici. Sarebbe allora a causa di ciò che dentro un testo verbale possiamo trovare all’opera semiotiche visive e plastiche, poiché le figure ivi allestite possono essere trattate come in un testo visivo e rese parimenti capaci di manifestare contenuti propri; ma anche semiotiche spaziali, poiché l’articolazione e l’allestimento dei luoghi descritti, i loro regimi di accessibilità, ecc. possono assumere valore significante al pari dei luoghi vissuti; e ancora semiotiche prossemiche, semiotiche gestuali, ecc.
In Tempo e racconto, Ricœur parla di una “quasi-temporalità” per rendere conto degli effetti di senso temporali costruiti all’interno dell’universo di finzione; in modo analogo potremmo qui parlare del dipanarsi di tutta una serie di “quasi-semiotiche” ognuna portatrice di una proprio contributo semantico alla significatività complessiva del testo, anche se a nostro avviso non vi è nessuna necessità di apporre il “quasi” alle diverse forme semiotiche allestite dal testo, si tratta infatti di forme pienamente significanti e analizzabili nella loro autonomia, e che, almeno dal punto di vista della generazione e della strutturazione del senso, che è quello che ci interessa in quanto è l’unico pertinente dal nostro punto di vista, non sono diverse dalle semiotiche “praticate” fuori dai testi narrativi: le articolazioni spaziali sono significanti in ambito architettonico o urbanistico, così come lo sono nella definizione delle gerarchie sociali, nella valorizzazione delle dinamiche di comportamento, nell’articolazione delle rappresentazioni teatrali o pittoriche, nell’organizzazione delle dislocazioni, dei movimenti o dei regimi di accessibilità all’interno di una narrazione, si tratti di un racconto di finzione, di una narrazione storica o del resoconto/descrizione di una qualsiasi attività o impresa.
Più in generale, ciò che ci sembra poco pertinente o peggio ancora fuorviante è l’impostazione tradizionale del rapporto fra l’universo delle rappresentazioni: verbali, pittoriche, cinematografiche, ecc. e l’universo delle pratiche, ovverosia, ancora più in generale, il cosiddetto problema del “riferimento”: è nostra convinzione che la nostra condizione umana sia definita da un’immersione costante entro un orizzonte di senso unico, variamente articolato ma senza differenze qualitative: non abbiamo “segni” di cui bisogna spiegare come possano riferirsi a oggetti del mondo (o a classi degli stessi), abbiamo esperienze sensate del mondo sia quando leggiamo un racconto di viaggio sia quando viaggiamo: è il mondo “in sé” a cui i segni dovrebbero riferirsi ad essere equivoco, o meglio, continuamente equivocato, questo infatti non ci si dà, o almeno non ci si dà soltanto, come un universo di “cose” brute indipendenti da noi ma ci si dà sempre come orizzonte di senso ed è in quanto tale che noi viviamo in esso e ad esso ci rapportiamo, ma il “senso” si dà come effetto a partire da un lavoro interpretativo continuo che tende a conciliare e a rendere compatibili fra loro le diverse esperienze che ne abbiamo e che si configurano tutte come pratiche di comprensione e di costruzione del senso, dunque come pratiche di tipo semiotico.
Tornando a Ricœur, o a Geertz, a cui Ricœur rinvia ulteriormente, la nostra vita nel mondo è sensata nella misura in cui esiste una “naturale” articolazione semiotica delle pratiche quotidiane, che precede qualsiasi costruzione esplicitamente rappresentativa di quella stessa realtà e che costituisce un presupposto per quelle stesse rappresentazioni e su cui quelle rappresentazioni si basano. In tal modo il “riferimento” appare una questione secondaria, o fuorviante, perché la sua stessa posizione può darsi solo come riflessione a posteriori, dopo che una singola forma semiotica, ad esempio quella linguistica, è stata isolata e autonomizzata, mentre la condizione di esercizio abituale di quella forma semiotica non è mai, salvo regimi particolari di sperimentazione, autonoma ma è sempre di carattere “sincretico”.

Ora, e questo è il punto da cui siamo partiti e a cui vogliamo tornare, questa circolazione del senso fra semiotiche diverse, quale condizione della costruzione di un orizzonte di senso “grosso modo” omogeneo non si attua solo nel confronto fra rappresentazioni e pratiche ma caratterizza al loro interno sia le rappresentazioni, entro cui si articolano semiotiche diverse, che le pratiche che articolano fra loro, in continuazione, forme semiotiche diverse e che solo a posteriori, analiticamente, è possibile separare e analizzare autonomemente.
Sospettiamo in realtà che questa caratteristica non sia una caratteristica propria del verbale ma sia una caratteristica della dimensione discorsiva dei testi, di qualsiasi testo, e che quindi ogni testo possa articolare anche, secondariamente, modelli precipui di “altre” semiotiche, basti vedere come la pittura è in grado di articolare, in modo più che efficace, semiotiche prossemiche, gestuali, spaziali, ecc.
Dunque il livello discorsivo dei testi, ovviamente in maniera diversa a seconda del singolo testo e della tipologia della semiotica primaria che quel testo manifesta, si caratterizza per la sua capacità di articolare una molteplicità di semiotiche diverse e di farle lavorare sia in modo omogeneo sia in modo discorde e conflittuale, fino a generare vere polifonie di semiotiche e non solo di voci, variandone le rilevanze e gli statuti reciproci, con funzioni di commento, antitesi ironica, contrappunto, e così via.
Nell’esempio che abbiamo proposto è emerso l’incrocio di alcune di queste semiotiche all’interno di un testo verbale, di un racconto, dove ci sembra che sia opportuno articolare invece che una sola categoria di “figuratività” una serie di questioni semiotiche diverse: una strettamente figurativa con il suo sostrato plastico, con una vera e propria semiotica visiva in opera, una di tipo spaziale, con problemi di allestimento figurativo di ambiente e di variazione dei loro regimi di accessibilità per i diversi attori in gioco; una di tipo prossemico e cinesico in cui assumono valore significante i movimenti e le relazioni di distanza fra personaggi, tutte in relazione con la più profonda e comune strutturazione narrativa del racconto
La tesi che vorremmo sostenere è che queste semiotiche “imbricate” siano capaci di sostenere una sorta di controcanto di commento alla narrazione degli eventi, in forma di ragionamento figurato che cerca di costruire una mediazione accettabile fra forme diverse, e incompatibili, di temporalità rappresentata ad esempio: tempo della vita quotidiana, tempo ciclico dei fenomeni atmosferici, tempo mitico e “tempo” eterno, costruendo al proprio interno, per trasformazioni successive, gli strumenti per “dare figura sensibile” a concetti astratti come quello della “vita eterna”; oppure di manifestare sensibilmente un processo continuo di trasformazione delle relazioni fra i personaggi mostrando figurativamente come questi possono progressivamente avvicinarsi fino ad annullare ogni distanza.
Nulla di nuovo, da questo punto di vista, ma solo una ennesima variazione sul tema levi-straussiano del mito come conciliazione di opposti, dunque. In realtà, vorremmo suggerire che la conciliazione di opposti è una delle possibili funzioni articolate dall’intreccio di semiotiche imbricate. La conciliazione di opposti si configura infatti come lavoro di mediazione fra “concetti” già dati nella cultura, è nostra impressione invece (al di là del fatto che non ci occupiamo qui di un mito ma solo di un racconto favolistico che fa uso di materiale mitico) che il testo in oggetto, ma vorremmo meglio dire “i testi”, non si limitino a giustapporre e articolare categorie “già date” ma che possano lavorare alla costruzione di categorie e di concetti in modo originale, proponendosi come vere e proprie riflessioni, anche se in controcanto e non esplicite e dirette, sui modi di concepire le dinamiche del senso all’interno di una cultura, e crediamo, ci si perdoni l’atto di fede, che la figuratività sia una delle dimensioni centrali di questa lavoro testuale, dimensione all’interno della quale le diverse semiotiche hanno la possibilità non solo di “dire” semiotiche diverse ma di incorporarle e di farle lavorare congiuntamente.

THE SELFISH GIANT

Every afternoon, as they were coming from school, the children used to go and play in the Giant’s garden. It was a large lovely garden, with soft green grass.  Here and there over the grass stood beautiful flowers like stars, and there were twelve peach-trees that in the spring-time broke out into delicate blossoms of pink and pearl, and in the autumn bore rich fruit.  The birds sat on the trees and sang so sweetly that the children used to stop their games in order to listen to them.  “How happy we are here!” they cried to each other.
One day the Giant came back.  He had been to visit his friend the Cornish ogre, and had stayed with him for seven years.  After the seven years were over he had said all that he had to say, for his conversation was limited, and he determined to return to his own castle.  When he arrived he saw the children playing in the garden.
“What are you doing here?” he cried in a very gruff voice, and the children ran away.
“My own garden is my own garden,” said the Giant; “any one can understand that, and I will allow nobody to play in it but myself.” So he built a high wall all round it, and put up a notice-board.

TRESPASSERS WILL BE PROSECUTED

He was a very selfish Giant.
The poor children had now nowhere to play.  They tried to play on the road, but the road was very dusty and full of hard stones, and they did not like it.  They used to wander round the high wall when their lessons were over, and talk about the beautiful garden inside.  “How happy we were there,” they said to each other.
Then the Spring came, and all over the country there were little blossoms and little birds.  Only in the garden of the Selfish Giant it was still winter.  The birds did not care to sing in it as there were no children, and the trees forgot to blossom.  Once a beautiful flower put its head out from the grass, but when it saw the notice-board it was so sorry for the children that it slipped back into the ground again, and went off to sleep.  The only people who were pleased were the Snow and the Frost.  “Spring has forgotten this garden,” they cried, “so we will live here all the year round.”  The Snow covered up the grass with her great white cloak, and the Frost painted all the trees silver.  Then they invited the North Wind to stay with them, and he came.  He was wrapped in furs, and he roared all day about the garden, and blew the chimney-pots down.  “This is a delightful spot,” he said, “we must ask the Hail on a visit.”  So the Hail came.  Every day for three hours he rattled on the roof of the castle till he broke most of the slates, and then he ran round and round the garden as fast as he could go.  He was dressed in grey, and his breath was like ice.
“I cannot understand why the Spring is so late in coming,” said the Selfish Giant, as he sat at the window and looked out at his cold white garden; “I hope there will be a change in the weather.”
But the Spring never came, nor the Summer.  The Autumn gave golden fruit to every garden, but to the Giant’s garden she gave none. “He is too selfish,” she said.  So it was always Winter there, and the North Wind, and the Hail, and the Frost, and the Snow danced about through the trees.
One morning the Giant was lying awake in bed when he heard some lovely music.  It sounded so sweet to his ears that he thought it must be the King’s musicians passing by.  It was really only a little linnet singing outside his window, but it was so long since he had heard a bird sing in his garden that it seemed to him to be the most beautiful music in the world.  Then the Hail stopped dancing over his head, and the North Wind ceased roaring, and a delicious perfume came to him through the open casement.  “I believe the Spring has come at last,” said the Giant; and he jumped out of bed and looked out.
What did he see?
He saw a most wonderful sight.  Through a little hole in the wall the children had crept in, and they were sitting in the branches of the trees.  In every tree that he could see there was a little child.  And the trees were so glad to have the children back again that they had covered themselves with blossoms, and were waving their arms gently above the children’s heads.  The birds were flying about and twittering with delight, and the flowers were looking up through the green grass and laughing.  It was a lovely scene, only in one corner it was still winter.  It was the farthest corner of the garden, and in it was standing a little boy.  He was so small that he could not reach up to the branches of the tree, and he was wandering all round it, crying bitterly.  The poor tree was still quite covered with frost and snow, and the North Wind was blowing and roaring above it.  “Climb up! little boy,” said the Tree, and it bent its branches down as low as it could; but the boy was too tiny.
And the Giant’s heart melted as he looked out.  “How selfish I have been!” he said; “now I know why the Spring would not come here.  I will put that poor little boy on the top of the tree, and then I will knock down the wall, and my garden shall be the children’s playground for ever and ever.”  He was really very sorry for what he had done.
So he crept downstairs and opened the front door quite softly, and went out into the garden.  But when the children saw him they were so frightened that they all ran away, and the garden became winter again.  Only the little boy did not run, for his eyes were so full of tears that he did not see the Giant coming.  And the Giant stole up behind him and took him gently in his hand, and put him up into the tree.  And the tree broke at once into blossom, and the birds came and sang on it, and the little boy stretched out his two arms and flung them round the Giant’s neck, and kissed him.  And the other children, when they saw that the Giant was not wicked any longer, came running back, and with them came the Spring.  “It is your garden now, little children,” said the Giant, and he took a great axe and knocked down the wall.  And when the people were going to market at twelve o’clock they found the Giant playing with the children in the most beautiful garden they had ever seen.
All day long they played, and in the evening they came to the Giant to bid him good-bye.
“But where is your little companion?” he said:  “the boy I put into the tree.”  The Giant loved him the best because he had kissed him.
“We don’t know,” answered the children; “he has gone away.”
“You must tell him to be sure and come here to-morrow,” said the Giant.  But the children said that they did not know where he lived, and had never seen him before; and the Giant felt very sad.
Every afternoon, when school was over, the children came and played with the Giant.  But the little boy whom the Giant loved was never seen again.  The Giant was very kind to all the children, yet he longed for his first little friend, and often spoke of him.  “How I would like to see him!” he used to say.
Years went over, and the Giant grew very old and feeble.  He could not play about any more, so he sat in a huge armchair, and watched the children at their games, and admired his garden.  “I have many beautiful flowers,” he said; “but the children are the most beautiful flowers of all.”
One winter morning he looked out of his window as he was dressing. He did not hate the Winter now, for he knew that it was merely the Spring asleep, and that the flowers were resting.
Suddenly he rubbed his eyes in wonder, and looked and looked.  It certainly was a marvellous sight.  In the farthest corner of the garden was a tree quite covered with lovely white blossoms.  Its branches were all golden, and silver fruit hung down from them, and underneath it stood the little boy he had loved.
Downstairs ran the Giant in great joy, and out into the garden.  He hastened across the grass, and came near to the child.  And when he came quite close his face grew red with anger, and he said, “Who hath dared to wound thee?”  For on the palms of the child’s hands were the prints of two nails, and the prints of two nails were on the little feet.
“Who hath dared to wound thee?” cried the Giant; “tell me, that I may take my big sword and slay him.”
“Nay!” answered the child; “but these are the wounds of Love.”
“Who art thou?” said the Giant, and a strange awe fell on him, and he knelt before the little child.
And the child smiled on the Giant, and said to him, “You let me play once in your garden, to-day you shall come with me to my garden, which is Paradise.”
And when the children ran in that afternoon, they found the Giant lying dead under the tree, all covered with white blossoms.

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