Conversazione su Merleau-Ponty, tra strutturalismo e fenomenologia: commento

Il saggio di Marsciani oggetto della conversazione è “Modelli e modelle. Sul dinamismo delle strutture”, raccolto nel volume Minima semiotica (Mimesis 2012), pp. 77-82. Il confronto di Marsciani con l’opera di Merleau-Ponty prosegue in alcuni altri saggi dello stesso volume, ma è approfondito in particolar modo nel primo volume delle sue Ricerche semiotiche (Esculapio 2012).
Per una prima approssimazione ai temi merleau-pontiani citati da Marsciani si può far riferimento al volume di Merleau-Ponty dal titolo, in traduzione italiana, La prosa del mondo (Editori Riuniti 1984), pubblicato postumo a cura di Claude Lefort.
Per i rapporti tra l’opera di Merleau-Ponty e le ricerche di Lévi-Strauss e di Saussure si possono leggere, a titolo di esempio, i saggi “Sulla fenomenologia del linguaggio” e “Da Mauss a Claude Lévi-Strauss”, raccolti in Segni (Il Saggiatore 1967), oltre alla lezione inaugurale di Merleau-Ponty al Collège de France del 15 gennaio 1953, pubblicata in volume con il titolo, in edizione italiana, Elogio della filosofia (SE 2008).
Tale lezione è citata da Greimas in un saggio pubblicato nel 1956 in occasione del quarantesimo anniversario della pubblicazione del Cours de linguistique générale di Saussure, dal titolo “L’actualité du saussurisme” (raccolto in traduzione italiana nel volume Miti e figure).
Il volume di Eco citato durante la conversazione è La struttura assente, edito da Bompiani nel 1968, e in particolar modo la Sezione D, ivi pp. 253-380. Le osservazioni critiche svolte ne La struttura assente produrranno, a detta dello stesso Eco, non poche resistenze al momento della sua ricezione. Eco fornisce un esempio di tali resistenze in un articolo pubblicato su Repubblica nell’ottobre del 1991:

Quando apparve la mia Struttura assente (1968), con la mia critica a Lacan (e si noti, non era piccola polemica, era una discussione pacata e rispettosa con un pensatore di cui riconoscevo la statura, così come stavo discutendo con Lévi-Strauss, Foucault e Derrida) François Wahl [ndr: che nel 1965 aveva curato per le edizioni Seuil la versione francese del volume di Eco dal titolo L’opera aperta], con la franchezza che ha sempre permesso ai nostri rapporti di rimanere amichevoli malgrado molte differenze d’ opinioni, mi scrisse – a un dipresso (cito a memoria): non pubblicherò questo tuo nuovo libro, e mi spiacerebbe che venisse pubblicato in Francia, anzi già mi dispiace che sia uscito in Italia.

La struttura assente verrà pubblicato in Francia nel 1972, in una versione fortemente rivisitata, per le edizioni Mercure. In una intervista concessa al quotidiano Le Monde nel marzo del 1973, Eco ebbe modo di accennare nei termini seguenti alla sua critica allo “strutturalismo ontologico”:

Quand je parle de structuralisme “ontologique” (et pour moi, le structuralisme “ontologique” ne s’identifie pas, sans plus, avec le structuralisme français), je construis, je l’avoue, un peu pour les besoins de ma cause, un modèle relativement facile. En tout cas, par “structuralisme ontologique”, j’entends une démarche intellectuelle qui tente de déterminer des structures comme préexistant déjà dans l’objet ; ou bien un structuralisme qui, en même temps qu’il prétend mettre en évidence les structures de l’objet, révèle les structures élémentaires de l’esprit. Penser, revient donc à photographier, enregistrer des structures qui sont “toujours déjà là”[…] Au contraire, et c’est là ma position, si l’on utilise les modèles structuraux comme des modèles opératoires susceptibles d’être abandonnés dès qu’ils ne sont plus utiles, on évite l'”ontologie” […]

Considerazioni queste che in qualche modo richiamano, almeno per quel che riguarda Lévi-Strauss, le critiche che, per fare solo un esempio, Lyotard aveva avanzato in apertura di un saggio del 1965 dal titolo “Les indiens ne cueillent pas les fleurs”, in cui l’autore afferma che:

Le contenu manifeste du livre [ndr : Il pensiero selvaggio] est l’unité de la nature et de l’esprit. Cette thèse procède de la convergence de la conception naturaliste de l’anthropologie, exposée et appliquée dès le début de l’œuvre, et de l’orientation, formulée en 1952, qui donne pour objet à l’ethnographie comme aux autres sciences humaines de «révéler les secrets ressorts qui meuvent (…) l’esprit humain» [ndr : Lévi-Strauss, Anthropologie structurale, 1958 : p. 91]. Plus qu’aucun ouvrage antérieur, celui-ci se présente comme une contribution positive au déchiffrement de l’esprit. Contribution d’un ethnographe néanmoins parce que l’esprit qu’elle considère existe toujours incarné dans une culture. Il s’agit d’une étude naturaliste de l’esprit-societé.

Nel La struttura assente (p. 375), Eco richiama proprio una posizione assunta da Merleau-Ponty in un saggio del già citato Segni, quale possibile soluzione ai problemi posti da un certo strutturalismo (quale quello di Lévi-Strauss). Seppur non immediatamente riconducibile alla distinzione tra “strutturalismo ontologico” e “strutturalismo metodologico”, un confronto con Lévi-Strauss, d’altronde, è già in qualche forma oggetto della seconda edizione (1967) del volume, già citato, Opera aperta, nel quale Eco sostiene quanto segue (ivi, p. 22):

Se lo strutturalismo avanza la pretesa di poter analizzare e descrivere l’opera d’arte come un “cristallo”, pura struttura significante, al di qua della storia delle sue interpretazioni — allora ha ragione Lévi-Strauss quando polemizza con Opera aperta (come ha fatto nell’intervista rilasciata a Paolo Caruso per “Paese Sera-Libri”, 20-1- 67): la nostra ricerca non ha nulla a che vedere con lo strutturalismo. Ma è possibile astrarre così decisamente dalla nostra situazione di interpreti, situati storicamente, e vedere l’opera come un cristallo? Quando Lévi-Strauss e Jakobson analizzano Les chats di Baudelaire mettono in luce una struttura che sta al di qua delle sue letture possibili o non ne danno invece una esecuzione, possibile solo oggi, alla luce delle acquisizioni culturali del nostro secolo? Su questo sospetto si basa tutta Opera aperta.

Eco tornerà sullo stesso punto in un’opera successiva, Lector in fabula (1979), in questi termini (ivi, p. 6):

Opera aperta era da poco apparsa in edizione francese, nel 1965, quando Claude Lévi-Strauss, in una intervista concessa a Paolo Caruso, diceva: “C’è un libro molto notevole di un suo compatriota, l’Opera aperta, il quale difende appunto una formula che non posso assolutamente accettare. Quel che fa che un’opera sia un’opera, non è il suo essere aperta ma il suo essere chiusa. Un’opera è un oggetto dotato di proprietà precise, che spetta all’analisi individuare, e che può essere interamente definita in base a tali proprietà. E quando Jakobson e io abbiamo cercato di fare un’analisi strutturale di un sonetto di Baudelaire, non l’abbiamo certamente trattato come un’opera aperta in cui potessimo trovare tutto quello che le epoche successive ci avessero messo dentro, ma come un oggetto che, una volta creato dall’autore, aveva la rigidezza, per così dire, di un cristallo: onde la nostra funzione si riduceva a metterne in luce le proprietà.”

Questo brano si presta a due interpretazioni. Se Lévi-Strauss voleva dire che non si può affermare che un’opera contiene tutto quello che chiunque può metterci dentro, non si può che convenirne, e io stesso nel mio libro non dicevo diversamente. Se invece vuole dire che il contenuto (anche ammesso che esso sia univoco e definito dall’autore una volta per tutte) è definitivamente manifestato dalla superficie significante dell’opera, così come la struttura molecolare di un cristallo si manifesta all’analisi, anche se condotta per mezzo di un computer, e l’occhio di chi analizza non contribuisce per nulla al formarsi di quella struttura, allora non sono d’accordo.

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