5 – Note estemporanee

Nelle ossessioni dei Maestri di cui si discuteva, ossessioni che come tali sono derive estreme del loro pensiero sicuramente attenuate dall’organon della teoria specifica, si delineano elementi che possono suscitare critiche e osservazioni interessanti.

Eco. Alla sua smania onnisciente (probabilmente il riflesso della sua cultura personale molto ampia, per usare un eufemismo), alla sua ossessione disambiguante, si appigliano bene le critiche di Fabbri alla sua presunta esagerata tassonomia, a una teoria semiotica principalmente conoscitiva che pretende di arrivare a fondo dei problemi per poi voltare pagina. Vista così sembra una tracotanza semiotica certamente dannosa per lo spirito di ricerca e di giusto fallibilismo (la semiotica , sempre che poi lo sia veramente, è una mezza scienza) e per lo studio di processi di significazione che forse per loro stessa definizione non sono esauribili fino in fondo.

Greimas. Egli ritiene che il senso gli si sciolga attorno, desemantizzandosi continuamente e la sua teoria mira alla risemantizzazione un po’ di tutto. Oltre a buttarsi un po’ troppo giù nel baratro del pessimismo, Greimas dà adito a derive teoriche devianti come la sociosemiotica per la quale (cfr. Marrone) il significante è già dato, è posto davanti al soggetto a cui rimane solo da riempirlo di significato, quest’ultimo suscettibile di riscivolamenti e reimmissioni diacroniche nel tempo. Anche lo stesso Eco scivola in questa deriva nella sua Struttura Assente in cui parla del segno architettonico come significante suscettibile di riempimento progressivo di significati cangianti nel corso del tempo e delle culture.

Ma la semiotica deve rifuggere dall’inattingibile e dall’apriorismo, è una soluzione troppo comoda, la correlazione tra espressione e contenuto si instaura contemporaneamente visto che uno non può darsi senza l’altro. La semiotica di Greimas sembra più elastica, più disillusa e consapevole dell’inafferrabilità del senso ma inevitabilmente scivola nell’indicibile, nelle condizioni di possibilità e nelle reti calate dall’alto. Le reti invece vanno calate dal basso. La salienza del senso, la sua “primità” (come la macchia d’inchiostro nera o liquida) non è tanto l’inafferabilità quanto la sua circolazione. Il senso circola costantemente in un rizoma.

Ovviamente qui si è estremizzato per capire le derive opposte che possono prendere le due teorie e per individuare meglio un punto di mediazione. Vediamo di apportare qualche aggiustamento di tiro e di mira.

Eco sembra troppo onnicomprensivo, ci vuole un taglio LOCALE.

Greimas sembra troppo fatalista e in balìa del senso e dei suoi capricci, ci vuole una correlazione forte tra espressione e contenuto e l’eliminazione dei reticoli dall’alto e del soggetto trascendentale.

Come mettere insieme le due cose?

Una definizione di enunciazione emersa un po’ tra le righe dal corso di Paolucci e da mie discussioni con lui: l’enunciazione è il portare a compimento l’encicopedia. Che è come dire che:

  • si deve operare localmente facendo porzioni enciclopediche (il “fuori” del testo)

  • si deve rendere conto e bisogna rifarsi ad esse (invece di definire limiti o proprietà intrinseche al testo, che non hanno senso, e lambiccarsi con il suo rapporto col contesto)

  • l’enunciazione e la semiosi risulta avere come sfondo, come “condizione di possibilità” tra molte virgolette, ciò che di più immanente esiste, l’enciclopedia, una rete che ci attraversa e che noi attivamente creiamo. In pratica noi. (mi viene in mente Wilkipedia, in cui ognuno può aggiungere una voce e connetterla con tutte le altre, si può dire che se aggiungo una voce al novero di tutte le altre io diventi Wilkipedia? Che io sia Wilkipedia? Direi di sì).

L’enciclopedia è una molteplicità piatta immanente in cui sono registrate e interconnesse a rizoma tutta la conoscenza umana, le culture, gli abiti, le interpretazioni. Ogni punto è in contatto (diretto o mediato) con qualsiasi altro e non ha né inizio né fine. Inoltre, come succede con le formiche di Deleuze e Guattari, con le quali non è mai finita, se rompiamo la rete e la dividiamo, essa si ricompone senza danni e senza ripensamenti, riadattandosi ad altre connessioni.

Ecco quindi da cosa parte l’enunciazione, dall’enciclopedia, da una condizione di possibilità che non si trova in alto ma in basso, che non si trova sopra o all’inizio (come il soggetto trascendentale) ma costitutivamente “tra”. Tra le culture, tra le conoscenze, tra di noi.

In questo modo non serve più un soggetto (per quanto assente) che dia il la alla produzione, non c’è più necessità di un soggetto fondatore che si debraya, ma al contrario c’è l’enciclopedia che si porta a compimento.

E’ qui che si ritrova il significato della teoria per cui il soggetto dell’enunciazione è sempre debraiato ed entra nello stesso processo semiosico dell’enunciazione e dell’enunciato, rimanendone invischiato. E questo si vuole dire quando, citando Carmelo Bene, si sostiene che noi siamo attraversati e parlati dalle parole.

Non siamo certo semplici catalizzatori-amebe né strumenti in mano a un flusso incontrollato di senso, ma costruttori e rifinitori in divenire di enciclopedie che non ci preesistono, non sono date a priori e ci permettono di lavorare coerentemente con il fuori del testo perché, in verità, il senso e la semiosi che stiamo cercando al suo interno è in realtà tutta fuori.

Questo perché l’enciclopedia è un rizoma, questo perché l’enciclopedia siamo noi, debrayati e rinviati, senza inizio né fine.

“Certamente c’è una storia universale ma è quella della contingenza”

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